Rispetto l’uomo, mica la divisa – solidarietà alla maestra di Torino

In uno Stato borghese dominato dai grandi capitali finanziari e in regime di democrazia più recitativa che rappresentativa, come nel caso italiano, il compito delle forze dell’ordine è quello di preservare l’ordine costituito a danno della classe lavoratrice.

Il lavoro salariato rappresenta una delle più viscide e subdole forme storiche dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo – che possiamo definire genocidio sociale – e obbiettivo primario del proletariato – ma principalmente dell’essere umano – dovrebbe essere la liberazione da questa condizione velata ma assassina di schiavitù.

Alla luce di ciò, qualsiasi struttura al servizio della classe egemone (quella borghese e capitalista) che impedisca la liberazione della classe lavoratrice deve essere identificata come nemico del popolo.

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Solidarietà con le donne di Afrin

Vurp Blog, aderisce alla campagna di solidarietà con le donne che in Kurdistan lottano per Afrin!

invitiamo i lettori di Vurp Blog a fare altrettanto, condividendo l’hashtag #WomenRiseUpForAfrin

qui di seguito alcuni esempi di tweet

La lotta di Afrin non è una lotta delle potenze mondiali, è la lotta della via dello spirito comunitario e della solidarietà contro l’imperialismo patriarcale e la violenza di stato. #WomenRiseUpForAfrin

La rivoluzione in Rojava è una rivoluzione delle donne, ed è proprio questo che lo Stato turco e i suoi scagnozzi non sopportano #WomenRiseUpForAfrin

Stiamo crescendo per la protezione della gente, della terra, del patrimonio culturale e della storia di #Afrin! #WomenRiseUpForAfrin

I governi sono silenziosi. Ma la solidarietà tra le sorelle combattenti fa sempre la differenza. Perché le donne di #Afrin sanno che non sono sole! #WomenRiseUpForAfrin

La rivoluzione Rojava è una rivoluzione delle donne, ed è proprio questo che lo Stato turco e i suoi delegati vogliono distruggere #WomenRiseUpForAfrin

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LAGOM: the Swedish culture for a future italian perspective

LAGOM – [‘là:gom]

It’s the first word I learned in Stockholm.

It is almost untranslatable, which indicates a concept between the “thing that is sufficient” and “the right measure”, a moderation without excesses, a sort of “not more and not less”.

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You can always hear the term LAGOM when a Swedes try to describe their country, their lifestyle or a situation: “the summer here is lagom” or “the storms are lagom” (generally they aren’t like the Italian storms, especially when the first are of 20 minutes but strong), “the life approach is lagom”, “the lifestyle or the fashion is lagom” (only on weekend – when you go out to drink – is something different by lagom).

In the reality, the Swedes don’t miss conducts that in Italy might be considered as inappropriate, and here are more accepted.  In general, LAGOM is a lifestyle including the respect of the other people and bringing yourself to avoid excesses that might create problems.

The LAGOM impact is too evident in the security of people and in the safeguard of the environment, more important than other things. A lot of excesses are cropped in legislative and managing way, so someone think Sweden as a prohibitionist country: for example, alcohol and drugs are prohibited, a normal socket is prohibited in a bathroom, and more activities are extremely regulated and monitored.

Well or badly? It’s clear that some rules are a big overstatement, especially if saw by an Italian perspective, adapted to some classic “far west”. It’s also clear that the LAGOM is a consequence of high community sense, a cohabiting spirit which respect the environment, the work-life balance, the relationships, the civic engagement and other things underestimated in Italy.

More or less, the 80% of Swedish population is happy of their LAGOM, the others are unhappy and see the Lagom as an imposition.

Can you imagine an office time of 7 or 8 hours because the personnel must have the time for their family? Can you imagine that paying 500SEK (50€) you can use buses, trains and other transports for an entire month with a contactless card (SL-card) to be passed on the screen before your entry, so without paper consumption? And a much serious university, with some professors who are really popular in their fields also remaining humble and available to improve the educational process of each student, offering a language support for exchange students and a different specific and professional support for the integrations of students with disabilities? And the environment as pillar, or some names with origins in the nature and the nature that floods the landscape (…comparing both the cultures, I’m so sad)? Can you imagine using an app for texting to your professors, or register yourself to an exam, or to create a chat in a working group for the next class giving the teacher the opportunity to monitor the work updating and how many people are really involved? Having an exam with no involvement has not some logic sense and it’s more important than having an exam studying an entire book with no will.

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Lagom is harmony, happiness, simplicity, sustainability. Someone defines it as “Swedish recipe”, as “Swedish identity and lifestyle essence”, others define it as “social equality” or as a “Swedish art of balanced living” (like a book title related to).

Good? How you can read or see there’s nothing to describe as fantastic or horrible, wonderful or terrible: all is balanced, all is right. So YES, YOU CAN HAVE A LAGOM ITALY, based on these parameters because the Sweden does it, so it’s possible!

This concept doesn’t mean “everything is optimal, or good, or special, or perfect” but means that “EVERYTHING IS NORMAL IN A NORMAL SOCIETY”.

Certainly – imposed or not – the LAGOM concept is deep and useful for the entire Italy, and I think it’s one of the most important gift that the Sweden give me.

I’ll bring it with me, forever.

[I’m improving my english, I’m sorry for mistakes]


LAGOM – [‘là: gom]

È la prima parola che ho imparato a Stoccolma.

È quasi intraducibile, che indica un concetto tra “ciò che è sufficiente” e “la misura giusta”, una moderazione senza eccessi, una sorta di “non più e non meno”.

Puoi sentire il termine LAGOM quando gli svedesi cercano di descrivere il loro paese, il loro stile di vita o una situazione: “l’estate qui è lagom” o “le tempeste sono lagom” (generalmente non sono come le tempeste italiane, specialmente quando sono di 20 minuti ma intense), “l’approccio di vita è lagom”, “lo stile di vita, la moda è lagom” (solo nel fine settimana – quando esci per bere – è qualcosa di diverso dal lagom).

Nella realtà, agli svedesi non mancano certo quei comportamenti che in Italia potrebbero essere considerati inappropriati, e qui sono più accettati. In generale, LAGOM è uno stile di vita che include il rispetto delle altre persone e ti porta ad evitare eccessi che possano creare problemi.

L’impatto del LAGOM è troppo evidente nella sicurezza delle persone e nella salvaguardia dell’ ambiente, più importante di altre cose. Molti eccessi sono tagliati in modo legislativo e gestionale, quindi qualcuno pensa che la Svezia sia un paese proibizionista: ad esempio, l’alcol e le droghe sono proibiti, una normale presa elettrica è proibita in un bagno e più attività sono estremamente regolamentate e monitorate.

Bene o male? È chiaro che alcune regole siano una grande esagerazione, specialmente se viste da una prospettivaitaliana, adattata ad alcuni dei nostri classici “far west”. È anche chiaro che il LAGOM è una conseguenza dell’elevato senso della comunità, uno spirito di convivenza che rispetta l’ambiente, l’equilibrio tra lavoro e vita privata, le relazioni, l’impegno civico e altre cose sottovalutate in Italia.

Più o meno, l’80% della popolazione svedese è felice del loro Lagom, gli altri sono infelici e lo vedono come un’imposizione.

Riuscite a immaginare un orario d’ufficio di 7 o 8 ore perché il personale deve avere il tempo per la propria famiglia? Riuscite a immaginare che pagando 500SEK (50 €) puoi utilizzare autobus, treni e altri mezzi di trasporto per un mese intero con una carta contactless (SL-card) da passare sullo schermo prima del tuo ingresso, quindi senza consumo di carta? E un’ università molto seria, con alcuni professori molto popolari nei loro campi, che rimangono umili e disponibili nel migliorare il processo educativo di ogni studente, offrendo un supporto linguistico per gli “studenti di scambio” e un diverso supporto specifico e professionale per le integrazioni degli studenti con disabilità? E l’ambiente come pilastro, con alcuni nomi ispirati alla natura e una natura che inondi il paesaggio (… paragonando entrambe le culture, sono così triste)? Riuscite a immaginare di usare un’ app per inviare messaggi ai tuoi professori, o iscriverti a un esame, o di creare una chat in un gruppo di lavoro per la prossima lezione dando all’insegnante la possibilità di monitorare l’aggiornamento del lavoro e quante persone sono realmente coinvolte? Avere un esame senza coinvolgimento non ha senso ed è più importante che avere un esame studiando un intero libro senza volontà.

Lagom è armonia, felicità, semplicità, sostenibilità. Qualcuno la definisce “ricetta svedese”, come “identità e stile di vita svedesi”, altri la definiscono come “uguaglianza sociale” o come “arte svedese di vita equilibrata” (come un titolo di un libro correlato).

Buona? Come puoi leggere o vedere non c’è niente da descrivere come fantastico o orribile, meraviglioso o terribile: tutto è equilibrato, tutto è giusto. Quindi SIPUOI AVERE UN’ ITALIA LAGOM, basata su questi parametri perché la Svezia lo fa, quindi è possibile!

Questo concetto non significa “tutto è ottimale, o buono, o speciale, o perfetto”, ma significa che “TUTTO È NORMALE IN UNA SOCIETÀ NORMALE”.

Certamente – imposto o meno che sia – il concetto di LAGOM è profondo e utile per l’intera Italia, e penso che sia uno dei regali più importanti che la Svezia mi dia.

Lo porterò con me, per sempre.

 

Ius Soli; cos’è e cosa comporta

Sono passati ormai quasi due anni da quando la Camera ha approvato con 310 voti favorevoli la legge sulla cittadinanza, denominata “ius soli”, che è da allora in attesa di essere esaminata al Senato. Tale legge, sostenuta dal Partito Democratico, prevede riforme volte ad un’inclusione maggiore degli stranieri, soprattutto dei bambini, i quali otterrebbero la cittadinanza italiana se nati in Italia ma da genitori stranieri o se arrivati in Italia da piccoli.

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Come funziona adesso in Italia?

In Italia vige dal 1992 una legge chiamata “ius sanguinis” (dal latino, “diritto di sangue”), per la quale un bambino è riconosciuto come italiano solo se almeno uno dei due genitori è italiano. A un bambino con i due genitori stranieri viene riconosciuta la cittadinanza solo al compimento del 18esimo anno di età, e solo se può dimostrare che fino ad allora ha vissuto “legalmente ed ininterrottamente” sul suolo italiano.

Cosa cambierebbe con la riforma?

La nuova riforma prevede l’introduzione di due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza italiana:

  • L’ius soli temperato, che prevede che un bambino diventi automaticamente italiano se nato in Italia da almeno un genitore che risiede legalmente nella nazione da almeno 5 anni. Qualora il genitore non provenisse da un paese dell’Unione Europea, egli deve aderire ad altri 3 parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disporre di un alloggio conforme ai requisiti di idoneità della legge; superare un test di conoscenza della lingua italiana. (L’ius soli temperato differisce dall’ius soli puro in quanto quest’ultimo permette ad un bambino nato in un certo territorio di ottenere automaticamente la cittadinanza: è il caso degli Stati Uniti).

 

  • L’ius culturae, che permette l’acquisizione della cittadinanza ad un bambino nato in Italia da genitori stranieri o arrivato in Italia prima dei suoi 12 anni a condizione che abbia completato un ciclo scolastico di almeno 5 anni. Per i minori arrivati dopo i 12 anni, il tempo di permanenza in Italia deve essere di almeno 6 anni e il ragazzo/a deve aver superato un ciclo scolastico.

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Questa riforma ha sollevato forti reazioni da parte dell’opposizione, quali Forza Italia e Lega Nord, che hanno parlato di “legge folle” e “offensiva nei confronti della nostra storia, della nostra cultura e dei nostri valori”, dichiarandosi pronti a raccogliere le firme per un referendum abrogativo (vedi Salvini). I 5 Stelle si sono astenuti sia alla Camera che al Senato, ma così facendo hanno di fatto votato contro, in quanto al Senato non basta che i voti a favore superino quelli contrari, ma è necessario che superino la somma dei contrari e degli astenuti.

Comunque sia, la nuova legge sarebbe una grande agevolazione per più di 800 mila stranieri, che già rientrano in uno dei due criteri. La maggior parte degli stranieri che otterrebbero la cittadinanza si trova in Lombardia, seguita da Emilia Romagna e Veneto.

Il senatore del Partito democratico Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani a Palazzo Madama, ha dato il via, il 5 ottobre, allo “sciopero della fame a staffetta” per sostenere l’approvazione della legge; per il 13 ottobre era stato invece fissato l’appuntamento davanti a Montecitorio per la Cittadinanza Day, un’iniziativa promossa dalla “Rete insegnanti per la cittadinanza”, che si è espressa sotto forma di manifestazione affinché i ragazzi stranieri vengano “riconosciuti  finalmente come figli d’Italia”.

Independencia: la distorsione padana e il ruolo dell’UE

Dopo quanto accaduto in Catalogna, non mi capacito di quanti “esperti” ci siano in merito a strategie di guerra e repressione dei civili. È semplice, no? Usare la violenza come risposta diretta, non ad un attacco subito ma al solo fatto – alla sola paura, per intenderci – di poter essere attaccati politicamente nel profondo, e non fisicamente. Nessuno però si erge quale esperto di Pace, perché è tremendamente difficile usare la diplomazia in un contesto simile; figuriamoci se fatto da noi italiani, abitanti di un Paese dove la stessa Catalogna viene paragonata alla Padania senza alcun criterio, dai leader leghisti e non, con il solo intento di propagandare falsità “alla pancia degli italiani” perché puntare alla ratio è ben diverso e complesso. Ma l’Europa?

padani-litigiosiFacciamo innanzitutto chiarezza – Padania è un secondo nome con cui si indica la pianura padana, termine degli anni novanta, sotto la spinta dell’ uso politico in chiave autonomista dalla Lega Nord che puntava ad un’ unità territoriale come repubblica federale per la quale il partito reclamava uno statuto di indipendenza.
Dichiaratasi nazione nel preambolo del proprio statuto di autonomia (costituzionalmente riconosciuta come nazionalità), invece, la Catalogna esprime rivendicazioni indipendentistiche, o almeno autonomistiche, derivanti dalle proprie peculiarità linguistiche e culturali (consolidate con l’egemonia carolingia prima, e con i partiti indipendentisti nei primi anni del 2000 post dittatura).  

Differenze – A rendere questa consultazione diversa rispetto all’esperienza di Barcellona e dintorni è anche la posizione tra i soggetti in causa: entrambi gli appuntamenti italiani non sono maturati in un clima di scontro tra le istituzioni, come invece è avvenuto in Catalogna, ma hanno ottenuto il via libera del Governo e, soprattutto, quello della Corte costituzionale. La distanza tra le consultazioni è anche nella sostanza: i quesiti “italiani” non chiedono l’indipendenza delle due regioni, ma un regionalismo differenziato che non mette in dubbio l’unità nazionale ed avrà degli effetti politici molto limitati almeno nella primissima fase.

Inoltre le differenze sussistono anche nel quesito referendario. In Spagna si tratta di una unica domanda sulla scheda elettorale: “Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di Repubblica?” e, secondo la controversa legge, il risultato è vincolante e l’indipendenza deve essere dichiarata dal Parlamento due giorni dopo la proclamazione dei risultati da parte della Commissione elettorale catalana. In Lombardia invece è il seguente: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?». Più sintetico quello in Veneto: “Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”.  Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia sottolinea che «il referendum veneto per l’autonomia non c’entra niente con la linea originaria leghista o con riferimenti alla secessione, perché parliamo di autonomia. Non c’è nessun sotterfugio rispetto a questo».

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Mariano Rajoy (leader spagnolo) e Carles Puigdemont (leader catalano)
Premesso questo, cos’è accaduto? Le autorità di Barcellona favorevoli al distacco dalla Spagna sbandierano il 90,1% dei “Sì” con il 95% dei voti scrutinati, a fronte di un magro 7,9% dei votanti contrario alla secessione.  Forte della Costituzione del 1978 che ribadisce l’unità ed indivisibilità della Spagna, il premier spagnolo Mariano Rajoy, interviene in maniera perentoria ma con risultati da rivedere: ne è uscito sconfitto con oltre 2 milioni di votanti e con diverse centinaia di feriti grazie alle repressioni messe in atto per bloccare l’arrivo della popolazione alle urne. Conseguenza: perde legittimità dal popolo e dall’Europa stessa, costretta a “condannare” la sue iniziative violente verso i civili. La pessima immagine di Rajoy è ora accompagnata anche dal leader catalano Carles Puigdemont che circa una settimana fa annunciava l’intenzione di dichiarare l’indipendenza anche oltre il risultato della consultazione, rischiando così di far saltare ogni via democratica di dialogo e portando il governo ad attuare l’art. 155 della Costituzione che conferisce al governo poteri quasi illimitati nel caso in cui una comunità autonoma attenti all’interesse nazionale.

Al contempo, l’europarlamentare leghista Mario Borghezio era addirittura a Barcellona accanto ai “fratelli catalani”. Ma senza scomodare i vecchi secessionisti, basta leggere le dichiarazioni del vice-presidente del Senato Roberto Calderoli (“interrompere le relazioni diplomatiche con Madrid”) e del leader della Lega Lombarda Paolo Grimoldi (“Alfano espella l’ambasciatore spagnolo”). Il prossimo 22 ottobre si avrà in Lomabardia e Veneto il referendum per l’autonomia, processo decisionale che Salvini compara erroneamente a quello Catalano.

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Debolezza UE – E’ quasi simpatico parlare di Padania e Catalogna come fossero gemelle figlie dello stesso processo; un po’ meno simpatico è pensare ad un’opinione pubblica italiana che difendeva le derive autoritarie del nostro 4 dicembre scorso e poi sostiene l’indipendenza dei catalani. Questo però non significa appoggiare le repressioni: l’UE stessa si è dichiarata contraria a quest’ultime ma anche alla consultazione stessa in quanto incostituzionale. Come citano Limes e l’Internazionale, ci hanno perso tutti, persino l’Europa, che in quanto UNIONE risulta essere ad oggi l’unico mediatore in campo, nonostante si presenti piuttosto debole e vulnerabile in qualsiasi frattura interna di ciascuno Stato membro.

E’ tanto difficile pensare ad un’ Europa unita, tanto quanto una mediazione tra un leader catalano che fomenta uno scontro vis-à-vis ed uno spagnolo che non pensa alle conseguenze della combustione appena innescata, ma è in questi casi – perché “gli amici si vedono nel momento del bisogno” – che si evidenzia l’importanza delle istituzioni europee: la mediazione ai fini dell’UNIONE. In caso contrario, non avrebbe senso parlare di Europa unita.

Elezioni nei territori federati del Nord della Siria: per la prima volta al voto.

UN’ALTRO PASSO VERSO LA DEMOCRAZIA

Il 18 marzo 2016 è stata dichiarata l’assemblea costituente del federalismo democratico del nord della Siria, da quel momento si è cominciato a lavorare per autorganizzare i territori facenti parte della federazione.

Il 29 dicembre 2016 l’assemblea costituente termina di riscrivere il “contratto sociale del federalismo democratico del nord della Siria” e oggi 22 settembre 2017 un’altro grande passo per compiere la democrazia diretta: le prime elezioni della Siria del Nord.

Le zone interessate dalle elezioni sono le regioni di Firat, Afrin e Cizre, quest’ultima è la regione che stata presa in considerazione per questa analisi e su cui si basano le ricerche.

Il diritto di voto è esteso a tutti i cittadini e le cittadine che vivono nelle regioni facenti parte della federazione, quindi il diritto di voto non è esclusivo della popolazione curda ma comprende tutte le etnie che vivono in questi territori come assiri, armeni, ceceni, arabi, cristiani, turcomanni e yazidi.

Alcune città della federazione infatti sono a maggioranza araba ad esempio, ma questo non è in alcun modo un impedimento, anche perchè uno dei punti del confederalismo democratico (il sistema attualmente vigente nella Siria del nord) è la negazione dello stato e la lotta contro il capitalismo che non è un problema riguardante solo l’etnia curda, ma di tutti i popoli.

Queste prime elezioni saranno dedicate alla scelta dei co-presidenti delle comuni.

Le Comuni sono delle assemblee di quartiere di massimo 400-500 case e sono alla base del sistema confederale

La comune è la base essenziale della democrazia diretta” articolo 48 del contratto sociale.

La comune si occupa di tutte le decisioni che riguardano la società ed è composta da semplici cittadini e cittadine, tutta la società fa parte delle comuni che discutono i problemi del quartiere, le iniziative, gli eventi e le questioni riguardanti acqua, elettricità, costruzione delle strade ecc.

Nella regione di Cizre ci sono 2487 comuni, nella sua capitale, Qamislo, le comune sono 264.

Ogni comune risolve e autorganizza la vita della società in maniera autonoma, i problemi e le decisioni delle comuni vengono riportati ai consigli, i cui membri sono i co-presidenti delle comuni.

I co-presidenti del cosiglio a loro volta compongono l’assemblea del cantone e così fino ad arrivare all’assemblea costituente.

L’assemblea costituente non può prendere decisioni o approvare leggi senza aver discusso e organizzato delle votazioni con tutte le comuni presenti nei tre cantoni, quindi sono le comine che prendono le decisioni rispetto alle necessità della popolazione, anche le proposte che arrivano all’assemblea costituente vengono direttamente dalle comuni.

Ad esempio l’eta per votare è 18 anni, prima che questo diventi legge la proposta si discute e si vota in tutte le comuni che hanno l’ultima parola e potere decisionale sull’approvazione della legge.

Con queste elezioni dunque si sceglieranno i co-presidenti delle comuni ma nello stesso tempo i membri del consiglio.

I co-presidenti sono sempre un uomo e una donna, questo è un’altro punto importante del confederaliso democratico che garantisce una quota del 50% alla donna, per non far si, come è accaduto in passato, che questi tipi di incarichi diventino prerogativa degli uomini, questo sistema garantisce anche una completa parità dei generi.

Tutti i cittadini e le cittadine che fanno parte delle comuni e dunque della federazione possono candidarsi all’età minima di 18 anni, se sono parte di partiti o movimenti devono abbandonarli in maniera tale che la provenienza non influenzi il voto. Quindi non ci sono partiti o movimenti nelle elezioni ma solo ma solo semplici cittadini.

Per poter votare l’età minima è di 18 anni e il diritto di voto si stabilisce all’interno delle comuni.

Per le persone che vivono nel territorio ma non fanno parte delle comuni c’è una legge che garantisce il diritto di voto a coloro che hanno un documento che dimostri una residenza di almeno 10 anni in quel terrirorio, se invece si è un membro della comuni il tempo di residenza non è un dato di valutazione per il diritto al voto ma questo viene stabilito in base ad altri principi come ad esempio la partecipazione o il contributo dato alla comuni.

Nelle decisioni del diritto al voto non influiscono in alcun modo la provenienza etnica, la religione, l’appartenenza a gruppi culturali e a frammentazioni sociali.

Nella maggior parte dei casi le comuni non necessitano di un documento statale per la partecipazione alle votazioni nè alla vita sociale, non riconoscendo lo stato automaticamente non si riconoscono le sue pratiche.

Una volta scelti i co-presidenti, essi riceveranno una formazione teorica e pratica sul sistema del confederalismo democratico per ricoprire al meglio il loro incarico.

I co-presidenti non ricevono alcuno stipendio ma mantengono il proprio lavoro, in casi particolari ricevono dei rimborsi ma questo è raro dato che si provvede a qualsiasi cosa e non si creano le condizioni per cui si debbano spendere soldi per il proprio lavoro.

Ad esempio un rimborso spese potrebbe essere la benzina per I movimenti, ma di solito ci sono delle auto comuni con una serie di buoni benzina che si usano per le questioni che riguardano gli spostamenti dei co-presidenti.

I co-presidenti non possono candidarsi per più di due termini consecutivi, i termini non sono fissi ma variano in base alla situazione e ai bisogni.

L’incarico di co-presidente quindi non ha alcun interesse economico o di carriera, chi ricopre questo ruolo lo fa generalmente per dare un contributo alla propria società e per autorganizzarsi autonomamente partendo dal basso e rispetto alle necessità della popolazione.

Se la condotta dei co-presidenti non è adeguata, per esempio se rubano soldi, la comune decide di dimetterli dalla carica e di rifare le votazioni per la propria comune.

Nei giorni antecedenti alle elezioni in tutti i quartieri di tutte le regioni si sono svolti degli incontri aperti a tutta la popolazione in cui i/le rappresentanti dell’assemblea costituente approfondivano la questione delle elezioni, spiegavano l’importanza del voto, il momento storico in cui ci troviamo e la situazione geopolitica.

“Quando abbiamo cominciato questa rivoluzione, nessuno credeva che ce l’avremmo fatta, che il nostro sistema avrebbe funzionato, ma insieme abbiamo dimostrato il contrario, abbiamo dimostrato che questo sistema funziona proprio perchè parte dal basso, ecco perchè sono così importanti queste elezioni, perchè sono la conferma che questo sistema è possibile, che un’alternativa al sistema capitalista è possibile.”

Qual è la differenza fra l’elezioni statali e le elezioni nella Siria democratica?
“Senza il popolo uno stato non può esistere, ma senza uno stato un popolo può vivere.”

La differenza non è solo nelle elezioni, qui il popolo ha cominciato ad autorganizzarsi in completa autonomia e facendolo si è reso conto che lo stato era solo un’oppressione.

“All’inizio della rivoluzione non avevamo acqua ed elettricità e la gente pensava che almeno con lo stato potevamo averle, ma con il tempo si sono resi conto che era solo un contentino per distogliere la popolazione dai problemi e per far si che non si ribellasse.”

Oggi nel nord della Siria c’è acqua e luce, bisogni a cui il sistema confederale provvede senza chiedere nulla in cambio.

Abdullah Ocalan (leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan PKK) dice che tutti gli stati prima o poi crolleranno perchè lo stato è oppressione e nega la libertà e un popolo senza libertà si ribellerà.

Grazie alla rivoluzione in Kurdistan la popolazione ha realizzato che non ha bisogno dello stato per vivere e questa è la prova concreta che la mancanza di uno stato non porta al caos ma alla liberazione di tutte e tutti.

Foto e Articolo di Nervo Setta 

Immigrazione e accoglienza: presa di responsabilità per il Comune di Ginosa. 

Sono molte le voci sulla questione accoglienza e integrazione e sul fenomeno migratorio nel complesso. Sono molti i pareri discordanti, soprattutto in un panorama popolare dove la chiarezza e la trasparenza vengono meno, lasciando posto a dimostrazioni di strumentalizzazione, becero razzismo e volontaria e categorica incomprensione. 

Nel suddetto panorama, quello Ginosino per intenderci, sono arrivati da poco dei ragazzi nel nuovo centro d’ accoglienza – gestito dalla cooperativa COMETA – sito in via Roma. E con essi, ne arriveranno di nuovi, a Ginosa come in tutto il territorio Tarantino. Proprio per questo, l’ O.d.G. del Consiglio Comunale del giorno 11 luglio 2017, si è svolto per il 99% del tempo (4 ore e 45 minuti) sulla questione SPRAR (Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati). Tale Sistema viene istituito nell’anno 2002 con la legge 189, sotto controllo finanziario del FNPRA – Fondo Nazionale Politiche per Richiedenti Asilo – con l’obbiettivo di accogliere, integrare e “lanciare” nella comunità civile uomini e donne migrate in Italia e che hanno ottenuto Protezione Internazionale e Umanitaria. Si tratta quindi di migranti regolari, per intenderci, senza alcun precedente penale. Il suddetto fondo, come previsto, coprirà il 95% delle spese che il Comune di Ginosa sosterrà per l’erogazione del servizio. Per quanto concerne la provincia di Taranto, lo SPRAR non è una realtà nuova ed oscura, come molti pensano, ma è già stata attuata con successo in diversi comuni, tra cui Carosino, Grottaglie, Manduria e Torricella. A differenza del CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) che si occupa della minima gestione amministrativa, di servizi igienico- sanitari, dei beni, del famoso “pocket money”, della scheda telefonica rilasciata ad ogni individuo interessato e del servizio di mediazione, integrazione, sotto controllo da privati, quindi con impatto sociale drastico sul territorio, lo SPRAR risulta davvero essere una buona, forse unica, PRESA DI RESPONSABILITÀ che il Comune di Ginosa vuole avere nei confronti di questi ragazzi che invece di essere lasciati allo sbaraglio per strada, saranno protagonisti di progetti di integrazione, crescita e formazione sul territorio, attraverso la conoscenza dello stesso e della comunità originaria. La stessa comunità che poco, se non per nulla, cerca di avere un confronto, un approccio o un semplice dialogo con questi giovani uomini e giovani donne, alcune di loro anche con bambini da accudire. 

È per questo che dopo le 4 convocazioni dal Prefetto di Taranto, il Sindaco di Ginosa Vito Parisi ha ritenuto opportuno rispondere con immediatezza, concretezza e trasparenza, forse quest’ultima non riconosciuta come positiva dai consiglieri di opposizione che durante il Consiglio Comunale hanno sottolineato una mancanza comunicativa da parte della maggioranza in merito alla questione. Saranno 80 individui – tra uomini, donne e bambini – ad arrivare in territorio ginosino, che verranno distribuiti tra Ginosa e Marina di Ginosa con una proporzione di 2,5 persone ogni 1000 abitanti, secondo quanto relazionato dagli assessori Lippolis e Piccenna durante il Consiglio; le quali verranno accolte in strutture indicate dal Prefetto stesso, in stabili abitativi inutilizzati e in strutture che i cittadini, di loro spontanea volontà, vorranno mettere a disposizione per il progetto dandoli in gestione agli enti preposti. Servirà anche a questo il finanziamento FNPRA, modulandolo sulle risorse territoriali con scelta dei beneficiari, possibilità di valorizzazione e controllo comunale sulla messa in opera e sullo sviluppo. I vantaggi del sistema SPRAR, quindi, sono evidenti soprattutto per quanto riguarda un’ accoglienza diffusa e integrata per accompagnarli durante quello che risulta essere un vero e proprio esperimento sociale, specialmente in una comunità molto radicata sul territorio, che probabilmente nel rapporto con la comunità romena (al momento contiamo 988 individui registrati, più tanti altri irregolari) già stanziata da diversi anni ha avuto problemi di integrazione, per cause provenienti sicuramente da entrambe le parti. Tutto ciò però prevede una rete territoriale abbastanza coesa, che vedrà massimo 15 ospiti per struttura, le quali saranno disseminate sul territorio per evitare il conformarsi di veri e propri ghetti, rischio prevedibilissimo in caso di adesione a CAS o CARA. 

Quanto detto pare crei tanto sgomento nella società civile ginosina, che forse di civile ha ben poco dati gli atti recenti – vedi la bomba carta nel suddetto centro di accoglienza, o le lamentele dei vicini – e che, probabilmente, deve capire e conoscere la storia di questi giovani. La stessa società che in parte, bisogna ammetterlo, ha risposto bene attraverso associazioni, scuole ed enti, ai “percorsi partecipati” sviluppati dallo stesso Comune di Ginosa nei giorni 6 e 14 giugno 2017. 

Il progetto che sarà presentato nella finestra di settembre, riguarderà comunque un numero ridotto di persone, affinché la “macchina amministrativa” si calibri nella maniera corretta e soprattutto perché la stessa intende inserire i migranti sul territorio in maniera sostenibile. Il progetto SPRAR è diffuso, contrario all’effetto ghetto. Il Comune si dichiara voler essere parte attiva nella gestione del fenomeno attuale e di tutti fenomeni migratori. “Si sta agendo con molta responsabilità” viene sottolineato più volte durante il Consiglio.

Abbiamo voluto quindi conoscere questi 22 ragazzi, di età compresa tra i 18 e i 27 anni, più uno di 35 e uno di 47 anni, che da poco fanno parte della comunità. In particolare abbiamo conosciuto due di loro, Philippe e Aboubacar, rispettivamente di 21 e 19 anni. Philippe, partito dal Ghana per sfuggire ad una malattia che dilagava nel territorio, è andato in Libia regolarmente, dove però si è trovato nel mezzo di conflitti civili. È dovuto scappare per sopravvivere. Il 7 settembre 2016 è arrivato a Taranto e da poco è a Ginosa. Il suo sogno? Giocare a calcio, avere una famiglia e lavorare. Aboubacar, invece, di religione musulmana, riferisce di non aver mai conosciuto suo padre, che tra l’altro aveva 3 mogli, e che non voleva assisterlo neanche per la sua malattia: la splenomegalia, che consiste in un aumento patologico del volume della milza. 

Alla domanda “cosa vorresti fare qui? Cosa ti aspetti dal nostro Paese?”, lui risponde semplicemente “curarmi, è la cosa più importante. Poi voglio andare a scuola, imparare bene l’italiano e, se possibile, vorrei studiare qualcosa che mi potrà permettere di lavorare. Non mi piace perdere tempo”. 

Proprio così, parole che spiazzano se solo pensassimo a tanti nostri giovani concittadini che purtroppo vivono senza sogni, ambizioni e progetti. 

Sarebbe stupendo, un giorno, vedere questi ragazzi passeggiare, ridere e scherzare con i giovani ginosini e non. Erano felicissimi di vederci, sorpresi dal fatto che qualcuno si fosse interessato a loro, alla loro storia e alla loro vita, non semplice da raccontare, difficoltoso sicuramente ricomporre. 

Tempo fa si gridava lo slogan #StayHuman, e forse ci vorrebbe solo quella, UMANITÀ, la stessa che impieghiamo con i nostri ragazzi, i nostri anziani e nelle nostre famiglie. L’invito dei ragazzi è proprio questo: avere umanità nel conoscerli, parlare con loro e regalargli un sorriso. Non vedono l’ora di uscire e farsi nuovi amici. 

È per questo che vi lasciamo un nostro contatto.
Gabriele Marchionna, reperibile all’indirizzo vurpblog@gmail.com, è disponibile ad accompagnarvi nel nuovo centro a conoscere i nostri fratelli. Certo, perché diversamente non possiamo chiamarli. Sono nostri fratelli, e da tali devono essere trattati. 

Mirko Darar a Italia’s got talent: “Vi racconto la mia omosessualità”

Si chiama Mirko Darar il comico che ha conquistato il pubblico di Italia’s got Talent con un monologo autoironico sugli omosessuali. Educatore cinofilo nella vita, comico per passione, Mirko ha raccontato con simpatia la sua sessualità, dalle difficoltà incontrate nel coming out alla convivenza tra due uomini. È gentile, disponibile e di un’allegria fuori dal comune.

Come hai capito di essere gay?

Fondamentalmente, l’ho sempre saputo. Col senno di poi, mi sono reso conto del fatto che sono sempre stato attratto dal mio stesso sesso. Sin da piccolo avevo più predisposizione nell’interessarmi agli uomini che alle donne; poi, anche per un discorso culturale, per un po’ in età adolescenziale ho cercato di rimanere sulla “retta via”, corteggiavo le ragazze, ma non sono mai arrivato a dovermi sentire a mio agio in questo. Alle superiori, infatti, ho capito che per me gli uomini non erano solo un passatempo, quindi ho deciso di dichiararmi sia alla famiglia che agli amici, dopo un percorso personale. Riuscire ad ammetterlo a me stesso per me è stato difficile anche perché ho sempre sognato la mia famiglia ideale e, più mi rendevo conto di essere omosessuale, più questo sogno si allontanava perché l’idea della famiglia perfetta con un uomo, nel mio immaginario non era prevista.

In prima serata hai raccontato della tua famiglia, papà egiziano e mamma siciliana. È stato difficile dichiararsi ai tuoi cari?

Dichiararmi alla famiglia per me è stato abbastanza semplice, nel senso che sono arrivato al punto di fare coming out senza aver paura della loro reazione. Paradossalmente ero più preoccupato dei miei amici, perché se ai miei genitori la cosa non fosse andata bene, sono sempre stato uno spirito libero, molto indipendente, quindi sarei andato a vivere da un’altra parte. Diversamente, ero molto legato alle mie amicizie e, se a loro non fossi andato bene, per me sarebbe stato un problema. Chi mi ha stupito di più è stato il mio migliore amico dell’epoca, che faceva spesso e volentieri commenti omofobi. Quando è arrivato il momento di confessargli che ero omosessuale, avevo paura di un suo rifiuto in qualità di amico e, per prepararlo alla cosa, qualche settimana prima avevo iniziato a cambiare atteggiamento, ero più distaccato e riservato. Lui l’ha presa bene e non voleva che il nostro rapporto si raffreddasse. Questa è stata una bella risposta da parte sua.

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Tuo padre è mussulmano. E tu? Ti identifichi nei principi di questa religione?

Assolutamente no. È una cultura che non condivido, non ci trovo nulla di positivo.

E nella religione cattolica?

Neanche, ma almeno nella religione cattolica c’è una condizione paritaria tra uomo e donna. Nell’islam, invece, il genere femminile è considerato  inferiore e tantissime donne mussulmane che crescono in questa cultura, sono convinte del fatto che vengano trattate nel modo giusto. Io non condivido e mi dissocio.

Perché hai deciso di partecipare a Italia’s got Talent?

Italia’s got Talent poteva essere l’occasione per farmi notare e per dare un messaggio. Ho deciso di fare il monologo sul coming out perché non sapendo come sarebbe andata, sarebbe potuta essere un’unica occasione. Essendo gay, vivo continuamente situazioni di omosessuali non dichiarati o che hanno problemi con le famiglie. Insomma, ho unito l’utile al dilettevole.

Pensi di aver raggiunto il tuo obiettivo?

Sicuramente. Ho ricevuto tanti messaggi, sia di gay che hanno trovato il coraggio di dichiararsi alla famiglia, sia di gay che si sono risollevati dopo esser stati respinti. Tra l’altro, mi hanno scritto tanti omofobi per dirmi che avevo aperto loro gli occhi, che stavano sbagliando. Questa è la vittoria più grande.

Recentemente, il parroco di Staranzano ha chiesto le dimissioni di un capo scout, a seguito del matrimonio con il compagno. È importante la sessualità per essere educatore?

Non capisco come questo ragazzo potesse collaborare a stretto contatto con la chiesa, che è il primo esempio di omertà, di incoerenza, di falsità. Per quanto esistano indubbiamente anche preti esemplari, il numero di eccezioni mi sembra un po’ troppo elevato.  La sessualità su un educatore non influisce assolutamente. La chiesa deve correre ai ripari dopo secoli di tante belle prediche ma pessimi esempi contrari a ciò che raccomanda. Ne parleremmo comunque, se si trattasse di un capo scout etero che tradisce la propria compagna o che pratica scambismo?

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Pensi che l’opinione degli Italiani sull’omosessualità sia dovuta alla presenza del Vaticano sul territorio?

Principalmente sì, gran parte della cultura è data dalla religione in qualunque paese, tanti sono contrari all’omosessualità perché la chiesa ha sempre affermato l’amore tra uomo e donna. Sicuramente i giovani d’oggi sono più indifferenti ed è la cosa che io preferisco, non mi piace chi dice “io accetto”, io vorrei l’indifferenza.

In Italia negli ultimi anni sono stati fatti dei passi avanti. L’omofobia cesserà nel tempo?

Non abbiamo ottenuto grandi risultati come in altri paesi, ma siamo a buon punto. L’omosessualità fa molto meno paura rispetto a un tempo, è chiaro che ogni battaglia ha i suoi tempi e noi siamo al punto in cui dovremmo essere. Siamo sulla strada giusta, anche solo il fatto che un gay sia potuto andare in tv in prima serata davanti a tutta Italia, è un grande passo avanti. Se ci fosse davvero tanta omofobia come si pensa, non mi avrebbero mai trasmesso.

È giusto che una coppia omosessuale abbia dei figli?

Sui figli sono un po’ combattuto, essendo di giovanissima età devo ancora farmi un’idea precisa, per il momento non ho dubbi sul fatto che un bambino possa crescere con una coppia omosessuale, che siano due uomini o due donne. Io ho avuto un’infanzia abbastanza difficile e sarei stato molto contento se mi avessero cresciuto due papà, con amore. Il mio dubbio è sul concepimento, accettare di essere gay significa accettarne tutte le conseguenze, anche il non poter avere figli propri. Ho tanti dubbi sulle madri surrogate, sono assolutamente favorevole all’adozione. Io stesso sono cresciuto in una famiglia di divorziati, entrambi i miei genitori avevano un ulteriore partner; in realtà mi ha cresciuto mia nonna, quindi posso dire di essere cresciuto con due mamme.

Cosa diresti a chi non ha il coraggio di dichiararsi omosessuale?

La più grande difficoltà per queste persone è ritenersi forti e autosufficienti. Sono insicure o non totalmente indipendenti. Consiglio intanto di amarsi e volersi bene perché se ci si ama veramente non si permette a nessuno di dire che siamo sbagliati. Se una famiglia può pensare di fare a meno di un figlio, allora vale anche il discorso contrario. È molto difficile per la cultura italiana farsi andare bene le scelte altrui senza mai criticare. Siamo sempre preparati a dare un nostro giudizio, che peraltro nessuno ci chiede. Siamo sempre troppo pronti a giudicare. □

Prossimi spettacoli di Mirko Darar:

– Ogni Giovedì sera Remeshow ad Albissola;
– Millesimo (Savona): 12 luglio nella piazza principale;
– Ardea (Roma): 14 luglio, presso il parco di via Reno, viale delle Marmore;
– Imperia: 20 luglio, serata Zelig, nella piazza principale;
– Genova: 1 Agosto presso il teatro Garage;
– Roma: 11 agosto presso il gay Village;
– Chiusi (Siena): 2 settembre con Francesco Arienzo e I Trejolie, presso l”evento “chiusi in vetrina”

Anoressia, uno stato d’animo

La storia di Lara, anoressica a soli 17 anni

Lara ha ventiquattro anni, studia canto lirico e sogna una famiglia tutta sua. A soli diciassette anni la sua vita si è fermata per un disturbo alimentare molto serio. “Quando ho capito di esser diventata anoressica”, racconta, “avevo già perso il controllo del mio corpo e della mia mente. Il cibo era diventato un nemico, in me era scattato un meccanismo che mi induceva a vomitare dopo ogni pasto, un meccanismo che aveva completamente afferrato tutta la mia razionalità.”

Lara è sempre stata una ragazza solare e molto affettuosa, era una delle prime della classe e ha sempre avuto un debole per il cioccolato. “Ne trangugiavo tantissimo e di tutti i tipi, in qualunque momento della giornata. Era una coccola che mi aiutava a studiare e mi rendeva felice. Ricordo che dopo pranzo ne mangiavo un quadratino con mia madre, era un gesto che ci legava più di qualunque cosa.”

Quando Lara aveva 15 anni, un grave tumore al seno le ha portato via sua madre. “Per me e la mia famiglia è stato un periodo devastante, ero diventata la donna di casa da un momento all’altro, mio padre lavorava il doppio per mantenermi ed io mi sentivo sempre più sola. Mia madre mi mancava giorno e notte, anche i piccoli gesti mi ricordavano la donna meravigliosa che era. C’è stato un momento della mia vita in cui ho anche pensato al suicidio, volevo raggiungerla e mi sembrava l’unico modo per farlo.”

La svolta nella vita di Lara si chiama Francesco. “Avevo da poco ripreso a frequentare le lezioni in conservatorio ed è proprio qui che ho conosciuto Francesco. È stato un colpo di fulmine, non so ancora se dettato dai suoi bellissimi occhi blu o dalla sua estrema gentilezza. Mi sentivo bene, Francesco aveva colmato il vuoto lasciato dalla morte di mia madre, si prendeva cura di me e mi rendeva felice. Nel periodo della scomparsa avevo perso molti chili, ma con la gioia dell’inizio di questa relazione avevo ripreso a mangiare in modo regolare.  La bilancia, dopo pochi mesi, segnava 12 chili in più, ma a me non importava perché nella mia vita c’erano altre priorità. Francesco, invece, la pensava diversamente. Per lui ero diventata enorme. Mi diceva che non ero più la stessa persona di cui si era innamorato, che avrei dovuto perdere peso perché si vergognava di me. Minacciava di lasciarmi, non mi portava a cena fuori perché per me sarebbe stato meglio non mangiare. La mia autostima diventava sempre meno. Non potevo perdere Francesco, per me rappresentava l’unica persona che mi capiva. Spinta da questa importante motivazione, ho cominciato a seguire una dieta. Avevo eliminato dolci e fritti e ridotto di molto i carboidrati. Per me era un sacrificio, ma quando il perché è forte, ogni difficoltà è superabile. Cominciavo a perdere peso e per me era gratificante. Mangiavo sempre meno e a Francesco piacevo sempre di più, ma non era mai abbastanza. Col trascorrere del tempo, avevo completamente eliminato i carboidrati dalla mia dieta, prediligevo frutta verdura e mangiavo carne e pesce rispettivamente una e due volte alla settimana. Il giorno del mio diciassettesimo compleanno avevo perso dieci chili e cominciavo a piacermi. Mi rattristava molto il fatto di non poter spegnere le candeline su una torta al cioccolato, ma ero decisa a proseguire ancora la mia dieta. Dopo circa sei mesi, il mio peso era diventato stabile, non riuscivo più a perdere altri chili. Francesco diceva che ero ancora in sovrappeso, così ho optato per eliminare anche la carne e il pesce dal mio regime alimentare. Il dimagrimento era sempre più evidente ed io ero felice di come stavo diventando. Dopo circa nove mesi, a seguito di una lezione di canto, una mia cara amica mi aveva invitato a mangiare un gelato. Ero dimagrita molto, avevo accettato l’invito perché lo consideravo un premio per non aver mangiato dolci nei lunghi mesi precedenti. Cioccolato e cocco. Buonissimo.

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Quando ho raccontato a Francesco della mia dolce defaillance, lui si è molto arrabbiato perché diceva che non ero ancora sufficientemente magra e che a me i dolci erano proibiti. Mi sentivo in colpa, Francesco aveva ragione, non avrei dovuto farlo. Ero grassa e dovevo dimagrire ancora, per lui. Non doveva vergognarsi di me. Vomitai. Volutamente. Per la prima volta. A questa ne sono seguite tante altre, vomitavo sempre più frequentemente, anche dopo aver mangiato un frutto o della verdura. Facevo un pasto al giorno. A volte mangiavo un’insalata, altre volte solo una mela e mi bastava. La bilancia segnava sempre meno chili e ormai il mio corpo non sentiva più la necessità di cibo in grandi quantità. Francesco mi diceva che ero bellissima ed io ero molto felice, volevo che lui mi vedesse sempre così. Avevo perso ventiquattro chili. Ormai avevo completamente perso l’abitudine di nutrirmi, a volte dimenticavo anche l’esistenza dei pasti principali. Ero in salute, a volte avevo qualche capogiro ma di corta durata. Stavo bene. Le mie amiche non la pensavano così. Sostenevano che avessi perso il controllo, ma dicevano sciocchezze. Sapevo esattamente quello che facevo, si preoccupavano troppo e inutilmente. Non avevo bisogno né di aiuto, né di qualcuno che mi dicesse cosa fare, ero perfettamente in grado di ragionare con la mia testa.

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Ventidue Luglio. 35 gradi e un esame in vista. Avevo studiato molto ed ero carica. Un capogiro. Uno dei soliti, pensavo. Tante voci che mi chiedevano se stessi bene. Buio. Due ore dopo ero in ospedale. Ero svenuta. Le mie analisi del sangue registravano ipoglicemia e diverse alterazioni endocrine. I medici mi facevano una miriade di domande, dicevano che avevo bisogno di mangiare, ma io avevo il terrore di ingrassare. Un po’ d’acqua e tutto sarebbe tornato alla normalità.

Quando mio padre è arrivato in ospedale era in lacrime. Si chiedeva com’era possibile che non si fosse accorto di nulla, si attribuiva tante colpe ed era terrorizzato dall’idea di perdere anche me. Guardandolo negli occhi mi sono vergognata. Mi vergognavo di me, di quello che ero diventata e dell’enorme dispiacere che gli stavo dando. Ero diventata fredda, sempre di cattivo umore e sempre più distaccata verso gli altri. Non era da me. L’anoressia stava prendendo le mie forze, non solo i miei chili di troppo. Aveva preso la mia mente. Pelle e ossa. Dovevo ricominciare a mangiare regolarmente. Lo dovevo a me stessa e lo dovevo a mio padre. Ho cominciato un percorso con una psicologa e una nutrizionista, alle quali devo la ripresa in mano della mia vita.

Dopo qualche mese, la bilancia segnava tre chili in più. Con fatica, stavo prendendo peso. In tanti mi chiedevano come mi sentissi. Avevo tante persone intorno a me che mi volevano bene, ma non me ne ero mai accorta. Avevo scelto di frequentare l’unica persona che non mi voleva bene davvero. Col tempo il mio peso aumentava e io riscoprivo tanti sapori che avevo dimenticato. La mia storia con Francesco era finita.

Mio padre sorrideva.

Ora, a distanza di anni, mi fa piacere parlarne con gli altri. L’informazione è importante e nessun sintomo va sottovalutato.”

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Lara sta per laurearsi, è felicemente fidanzata con Matteo, con il quale sogna una famiglia e almeno due bambini. Non è sottopeso e si concede volentieri una fetta di torta o un quadretto di cioccolato che le ricorda la sua mamma.

L’anoressia (così come la bulimia) è una malattia mentale prima che fisica. In Italia circa tre milioni di persone soffrono di disturbi del comportamento alimentare e l’età media dei pazienti diminuisce sempre più, sino ad arrivare a bambini che hanno dagli otto ai dieci anni; inoltre, secondo quanto dichiarato da Laura Dalla Ragione (direttrice del numero verde assistenza DCA), circa 2.3 milioni di casi, si verificano in età adolescenziale.

Il 15 Marzo ricorre la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, nata per la sensibilizzazione della popolazione sui problemi dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Iniziativa fortemente voluta da un padre che ha assistito alla morte di una figlia bulimica a soli 17 anni. Celebrata in sessanta città italiane nel 2017, la Giornata del 15 Marzo potrebbe presto essere riconosciuta ufficialmente dal Ministero della Salute.

La verità è che nessuno può dirci come dobbiamo essere o cosa dover diventare. Chi ama, ama nonostante le imperfezioni, nonostante qualche chilo in più e nonostante la cellulite. Chi ama, ama le imperfezioni, i chili in più e la cellulite. Non lasciate che nessuno (tantomeno un uomo) vi dica che non andate bene.

Marilyn Monroe diceva che non va bene pensare che si è grasse solo perché non si è una taglia zero. È la società che è brutta. Credeteci. E sorridete.

M. di Ginosa (TA) – Madonna a mare – Conferenza stampa su possibili querele

In data 3 giugno 2017, l’avvocato Leonardo Pugliese e il suo assistito Gerardo Curatolo, convocano una conferenza stampa, presso un lido balneare a Marina di Ginosa, riguardo il caso scoppiato durante la celebrazione della processione “Madonna a mare”.

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